Era ora. Il 9 novembre uscirà finalmente il disco di John De Leo, pronto da un sacco di tempo e continuamente rimandato. Se si avvicina anche lontanamente alla resa del live sarà un disco da avere. Lui è la voce maschile più completa in Italia, a quanto ho sentito io. E anche uno che rischia tanto, che non guasta mai. Fabrizio Tarroni sarà ancora una volta fedele spalla alla chitarra. E poi un sacco di gente niente male: Petrella, Achille Succi, Cristian Ravaioli, Marco Tamburini..
Insomma una chicca. Che uscirà con il titolo «Vago svanendo». Il primo singolo è «Bambino marrone» e si può ascoltare sul Myspace della Carosello Records.
E questo è un assaggio del live visto qualche mese fa..
Dopo qualche anticipazione e un sacco di voci, arriva anche il programma di Jazz in Sardegna. E io Ron Carter (anzi, Roncàta, come lo chiama Teruo Isono, il presentatore che si sente in «Miles in Tokyo») lo devo sentire. E Jack DeJohnette? Beh, questa volta non ci sono santi..
E devo sentire anche il nuovo progetto di Rava e Bollani, di cui ho letto cose belle, e poi anche Gal Costa, e la cara Asbjornsen, e il duo di Mannutza con Max Ionata, e Anne Ducros, e poi troppa altra roba.. Dovrò farmi in quattro per seguire tutto…
A proposito di uno dei miei ultimi acquisti, se qualcuno è innamorato come me di «Still life (talking)» di Pat Metheny, sarà felice di sapere che esiste un podcast in cui lui stesso sviscera i brani. In inglese, ma ne vale la pena.
Ieri, come tutte le volte in cui mi pagano un lavoro, sono andata al negozio di dischi per comprare un cd che ho già e uno nuovo. Il disco che ho già è ovviamente in cassetta, o sdoppiato, o sotto forma di kilobyte o ottenuto con altri mezzi, insomma.. Ma se non l’avessi ottenuto con quei mezzi non sarei mai andata a comprarlo. Comunque è sempre un disco che ho consumato, e per il quale l’acquisto è diventata una questione di principio. Insomma, dischi senza cui non si può vivere. Come Kind of Blue, come Mingus Ah-Um.
Ad ogni modo l’avevo puntato da parecchio. Ed era lì che mi aspettava.
Pat Metheny Group – Still life (talking) con la custodia esterna in cartone.. a 9,99..
E poi ci voleva un disco nuovo. Ma non nel senso di appena pubblicato. Piuttosto un disco che so di poter comprare tranquillamente a scatola chiusa, o che non sono mai riuscita a procurarmi, o che so di dover avere, o che desidero da tanto.. Beh, l’acquisto “nuovo” racchiude tutte queste motivazioni, se vogliamo..
Brad Mehldau – Art of the trio Vol. 4 – Back at the Vanguard
Un altro pezzo da 90.. anzi, scusate, da 9,90…
Al primo ascolto ci sono i temi. Temi spettacolari, come la title track, «More than Ever». Ma in realtà tutti meriterebbero di essere citati perché sono quadri definiti e equilibrati. Ognuno racconta una storia diversa.
E il linguaggio è unico. Ma non sono riuscita a realizzare questo dettaglio finché non ho sentito Rosario Giuliani dal vivo. Era un progetto molto diverso, che non aveva nulla a che vedere con questo disco. Eppure, appena è terminato il primo tema e lui è partito con il solo, ho chiuso gli occhi e ho pensato «Eccolo». In fondo è davvero questa la caratteristica che amo di più del jazz. La personalità del suono, l’impronta che rende riconoscibile uno strumento. Mi sono sempre chiesta come sia possibile che un musicista abbia un suono così diverso da un altro che suona lo stesso strumento. Ma non credo di voler sapere la risposta. Mi piace da matti potermi meravigliare ogni volta.
Al secondo ascolto ci sono gli arrangiamenti. Perché senti «I remember Astor» e non è solo la fisarmonica di Galliano, è molto di più. Non è neanche solo il tango. E’ un suono che ti si avvolge addosso (e qui, forse sì, il tango c’entra almeno un po’). E’ un arrangiamento lineare, che semplicemente cresce, ma riesce sempre ad emozionarmi. Fa giocare la fisarmonica e il sax in un gioco di luci e ombre, dove uno nasconde l’altro. Ed emerge solo perché c’è anche l’altro. E’ uno dei brani che preferisco di tutto il disco.
Al terzo ascolto ci sono tutti: Giuliani al sax alto e al soprano, Jean-Michel Pilc al pianoforte, Rémi Vignolo al contrabbasso e Benjamin Henocq alla batteria. E mi riferisco ai momenti in cui Giuliani dialoga con Pilc sul tema finale di «More than Ever», o in «Mr R.G.». C’è la passeggiata notturna di «Dream House», che mi ha sempre fatto pensare a una conversazione tra due persone che si incontrano per strada a un’ora improbabile, e che si raccontano la giornata, così, mentre camminano. Che poi sono ancora una volta loro due, Giuliani e Galliano. E sicuramente l’immagine che ne ho io non c’entra niente con il senso che Giuliani voleva dargli, ma tant’è.
Un giorno magari glielo chiedo.
Nell’attesa di rivederlo lascio il link al suo sito, mentre qualcuno di questi brani si può sentire sul suo Myspace. Il disco (uscito per la Dreyfus nel 2004) si trova anche con un click qui sotto:
Rosario Giuliani – More Than Ever
Tracklist
1. More Than Ever
2. Seven Thoughts
3. Dream House
4. I Remember Astor
5. J.F.
6. Mr. R.G.
7. Suite et Poursuite I,II,III
8. Mousieur Martin
9. London By Night
10. Bianco e nero
Rosario Giuliani – sax alto e soprano
Richard Galliano – fisarmonica
Jean-Michel Pilc – pianoforte
Rémi Vignolo – contrabbasso
Benjamin Henocq – batteria
Roca, ruvida, e poco dopo quasi angelica. La voce di Kristin Asbjørnsen è l’interprete ideale per un viaggio fra gli spiritual. La giovane compositrice, voce dei Dadafon, ha lasciato da parte le sue creazioni per questo progetto completamente dedicato ai «negro spiritual» e nato con l’album «Wayfaring Stranger – A Spiritual Songbook». Decine di spiritual riarrangiati per voce, chitarre e percussioni.
Un lavoro filologico molto accurato, ma soprattutto un impegno a cercare di restituire a questi canti quella emotività così forte che caratterizzava le comunità protestanti formate dai neri. Lo spiritual era un modo per affrancarsi dalla schiavitù. Eppure era sempre gioioso, privo di autocommiserazione, spesso una specie di conversazione confidenziale fra l’uomo e Dio.
La Asbjørnsen porta proprio queste emozioni sul palco. La accompagnano le chitarre di un altro componente dei Dadafon, Jonstein Ansnes, e di Jarle Berhøft, che aggiungono anche un controcanto morbido, quasi contenuto. E lei, scalza, racconta di liberazioni e di salvezza, con un sorriso contagioso circondato da una cascata di riccioli rossi.
Il suo timbro così particolare, graffiato e quasi sporco, come in «Ride up in the Chariot», comunica tutta la fatica e il dolore dei neri che intonavano gli spiritual. Canta con i palmi delle mani verso l’alto, come un predicatore, ma senza mai dare troppa enfasi alle parole, come se fossero parte di una lunga conversazione. Appena l’invocazione parla di speranza e redenzione il canto diventa leggero, quasi impalpabile, e la voce trova negli acuti un suono delicato e sottile. Un colore caldo e avvolgente che si appoggia su arrangiamenti pensati per valorizzare il canto.
I pezzi più allegri come il medley di «I’m a poor wayfaring stranger» e «Going over Jordan» danno spazio alle percussioni di Knut Aalefjaer. L’intero concerto è caratterizzato da atmosfere rarefatte che hanno fatto dello spettacolo una delle proposte più interessanti del cartellone del Festivalguer.
Il progetto della Asbjørnsen era iniziato già qualche anno fa, dopo avere ricevuto in eredità dalla cantante afroamericana Ruth Reese molti spiritual sconosciuti. Ad una parte di questi brani l’artista norvegese aveva iniziato a lavorare già con i Dadafon, che ne avevano inclusi alcuni nel loro primo repertorio. La serata si è conclusa sulle note dell’unico brano originale in scaletta, «I’ve waited so long”, composto dalla Asbjørnsen.
Alcuni brani di questo repertorio si possono ascoltare sul Myspace di Kristin Asbjørnsen. Il disco si può acquistare più o meno ovunque, tra cui qui.
Trying to get home – Kristin Asbjørnsen
Now take this feeble body – Kristin Asbjørnsen
I’m gonna ride up in the chariot – Kristin Asbjørnsen
Un disco che si schiude su un’onda vocale leggera, appena sfiorata dalla brezza. «Sail Away» è il brano che apre e conclude la tracklist di «Spiral Tales», il disco d’esordio del Marta Raviglia Quartet. La voce della Raviglia è una ventata di freschezza, e proprio nella seconda versione di questo brano (l’ultima traccia), si fa solare e allegra.
La formazione (Simone Sbarzella al piano, Fabio Penna al contrabbasso e Alessio Sbarzella alla batteria) le tesse attorno una trama musicale sicura su cui costruire le «Spiral Tales» che danno il titolo all’album. A darle man forte in questo viaggio sonoro c’è il sax di Tino Tracanna, componente storico del quintetto di Paolo Fresu. La sua presenza dà un tocco maturo e completo all’album, ed è un controcanto perfetto per la giovane vocalist.
I colori del timbro della Raviglia si fanno più aspri in alcune improvvisazioni («Prima di entrare») e diventano carezzevoli in brani come «Passato». La sua voce sa unire l’agilità e il gusto a un suono corposo, una dote che ultimamente sembra di sentire sempre meno tra le cantanti jazz.
L’album è una bella sorpresa per le composizioni, tutte firmate dalla cantante e dal pianista (da soli o in coppia) ad eccezione di «Triad» di David Crosby. C’è il sound ironico di «Big Fish», l’atmosfera cupa di «Here I am», il suono ipnotico di «The proclaimed death of the words», completamente realizzata dalla Raviglia con il phrase sampler.
Gli strumentisti si mettono in luce in momenti diversi, come per Penna in «Circle», Simone Sbarzella in «Prima di entrare» e Alessio Sbarzella nell’accompagnamento deciso di «Twelve for a sunday morning».
I brani si possono ascoltare sia sul sito ufficiale sia sul Myspace del Marta Raviglia Quartet. Il disco, prodotto da Alfamusic, si può acquistare qui.
1. Sail away (M. Raviglia/S. Sbarzella) *
2. Passato (S. Sbarzella) *
3. Surprises (S. Sbarzella/M. Raviglia)
4. Pprima di entrare (S. Sbarzella) *
5. Circle (S. Sbarzella/M. Raviglia) *
6. Lullaby(S. Sbarzella/M. Raviglia)
7. Twelve for a sunday morning (S. Sbarzella) *
8. Triad (D. Crosby)
9. The proclaimed death of words (M. Raviglia/S. Sbarzella)
10. Big fish (S. Sbarzella/M. Raviglia)
11. Here I am (S. Sbarzella/M. Raviglia)
12. Back home(M. Raviglia/S. Sbarzella)
13. Sail away – Radio Edit – (M. Raviglia/S. Sbarzella) *
Marta Raviglia, voce/phrase sampler
Simone Sbarzella, piano
Fabio Penna, contrabbasso
Alessio Sbarzella, batteria
Rubo il titolo a un album che ho amato tanto dei Cranberries, perché The Departed di Scorsese è un film semplicemente spettacolare. C’è un Di Caprio in stato di grazia. La sua rabbia e la sua violenza, in un intrico perverso di buoni/cattivi e cattivi/buoni ti arrivano dritte attraverso lo schermo. A me sono proprio arrivate addosso. La sceneggiatura è un gioiello, in vari punti del film non ti spieghi cosa ci metteranno in un’altra ora, in altri quaranta minuti, in altri venti.. E in effetti ci mettono tutto quello che non ti aspetti. Tutto. Nicholson imbrattato di sangue, mentre giocherella con una mano mozzata, è quasi poetico da quanto è allegramente truce. Forse il finale è un po’ spiazzante, ma in fondo non più di quanto lo siano il bene e il male.
Voi che potete, e che sarete dalle parti di Milano tra l’11 e il 13 di questo mese, andate a sentire Kurt Elling al Blue Note. E se potete poi ditemi com’era. Perché io avrei dovuto esserci. E invece ho promesso di andare al concerto di Barbara Casini, per lavoro. Che per carità, a me piace molto. Ma Kurt l’ho già perso una volta. E con questa fanno due. Anzi, sette, se contiamo che fa sei repliche in tre giorni. A questo punto però se lui non fa il viaggio verso l’Italia lo raggiungo io laggiù a Occidente. Perché credo (..spero..)che tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 avrò finalmente progettato nei minimi dettagli il mio agognatissimo viaggio a Manhattan.
Tutti gli mp3 che si possono ascoltare su questo blog sono disponibili da qualche parte in Rete. Io non faccio altro che diffonderli. Ma se qualcuno si sentisse offeso, deluso o amareggiato può sempre contattarmi.