Arrivare all’European Jazz Expo per il terzo anno consecutivo significa avere in testa un sacco di suoni. E di facce. Ma soprattutto significa trovare suoni nuovi e facce nuove, ed è tutto lì il bello.
La prima giornata inizia con uno dei momenti che da ieri sono scolpiti nella pietra sempiterna delle gaffe. Consegna del premio alla carriera a Enrico Rava. L’assessore che lo consegna riesce a dire una volta il nome di Rava e tre volte quello di Paolo Fresu nella stessa frase. Un record. E soprattutto dice questa meraviglia:
“perché Enrico Rava è stato un grande musicista italiano […] e Paolo Fresu è stato un suo grande maestro”.
Un istante di silenzio. Ma solo uno, brevissimo.
Urla. Fischi. “Allievo, volevo dire allievo!” Ma ormai il danno è fatto. Rava afferra il microfono: “No, perché, va bene il campanilismo, ma c’è un limite a tutto“. Ragazzi, questa la racconterò finché campo. Ho riso troppo. Povero assessore.
In realtà la serata si è aperta con un omaggio a Sandro Capriola, che di Jazz in Sardegna è stato mente, colonna e braccio. Un bel video, un bel racconto. Poi via con il primo concerto. Rava, Petrella, Guidi, Sferra, e Evangelista. Gabriele Evangelista. Segnatevi questo nome, perché il ragazzo ha 19 anni 21 anni (grazie a Igor per l’edit) e una voglia pazzesca di tirare fuori un gran suono dal suo contrabbasso. Tutta energia, davvero. Guidi è un po’ insipido, non sbaglia ma non dice nulla. E’ intimo, raccolto, anche quando il pezzo spinge. E, come ho confidato alla mia guida spiritual-musicale in questo Expo, devo ancora capire se sia un pregio o un difetto. Petrella: Petrella a me piace da morire. Mi piace proprio quando fa il Petrella, quando il trombone ha quel suono pieno che ti arriva allo stomaco. Poi perde un po’, si dilunga in alcune cose, e di sicuro quando Rava esce di scena il valore del concerto percepita. Sì, perché lui è stato il più grande di tutti. A 70 anni suonati. Appunto.
Stendo un velo pietoso, ma anche una coperta pietosa, un sipario di quelli grossi, su Chiara Canzian. Donna sbagliata nel posto sbagliato, ma a volte basta avere il nome giusto. Non è che mi aspettassi qualcosa, lo ammetto. Fuga dopo due minuti e venti secondi.
Gavino Murgia ha presentato il progetto Megalitico, purtroppo amputato: mancava Franck Tortiller al vibrafono. Sono rimasti uno strepitoso Luciano Biondini alla fisarmonica (ha fatto un solo che valeva un quarto di concerto), Michel Godard al basso tuba azzurro e Pietro Iodice alla batteria. Ora, l’ultimo disco di Murgia è di una bellezza portentosa (andate a sentirvi qualche pezzo sul suo sito, magari Song for Elena). Belli i temi, belli gli arrangiamenti, belle le idee. Bellissimo il suo modo di trovare davvero una via nuova per unire tradizione sarda e jazz. Non quelle paccottiglie mal assemblate che sbattono quattro tenores accanto al grande nome di turno. Murgia ha trovato una sua via, che è insieme genuina ed elegante, rispettosa di un bene millenario e, allo stesso tempo, di tutte le altre culture del mondo. Chapeau, davvero. E suona da dio, ogni volta meglio.
Nel frattempo Marcus Miller riempie la gigantesca sala blu. Tanto che ci mettiamo in fila, alle 20:50, per lo spettacolo delle 21, e scopriamo che in realtà è già la fila per la replica delle 22:30. Ma, inaspettatamente, alle 22:45 riusciamo a sgattaiolare dentro con grande agilità, per appurare che c’è un secondo pienone, e la gente è in piedi. Come noi, del resto. Ok, caro Marcus, sorprendimi.
Marcus mi sorprende, in effetti. Con due pischelletti ai fiati, ma a conti fatti uno è Chris Scott, e quando piega la testa per suonare la tromba con la sordina harmon… Beh, gli si vuole istintivamente bene. Si vuole un po’ meno bene al tastierista, che sfiora il kitsch (e ogni tanto ci sguazza dentro). Mentre il secondo pischello, Alex Han al sax, è uno dei migliori prodotti delle scuole americane: non sbaglia una nota, ma non ne rischia mezza. Lui, Marcus, è perfetto, ineccepibile, ma anche lì, dopo 30 minuti, la sorpresa è finita. Se fosse un quadro, non gli si potrebbe dire niente. Invece è un musicista, quindi deve produrre qualcosa di bello o almeno di interessante per tutto il concerto. Fortuna delle arti visive, sfiga dei performer.
Rimane solo da schiantarsi in poltrona per ascoltare Marilyn Mazur. E confesso che la poltrona è stato il motivo che mi ha trattenuta lì. Non so, c’è del bello, ma manca un guizzo, manca una scintilla. Quella che, con lo stesso numero di percussioni (e spesso anche meno) riesce a tirare fuori Michele Rabbia. Ecco, allora, Rabbia-Mazur: 2-0. Peccato.
Ero troppo stanca per decifrare tutta la formazione. Ma la serata si è chiusa con un’altra chicca. Un bell’atterraggio della telecamera volante sulla faccia del sassofonista. E chi di voi sia mai stato al Palacongressi di Cagliari sa che parlo di quell’enorme braccio gigante che comanda la telecamera centrale. Dritta in picchiata. Altre urla. Per chiudere il cerchio, dopo quelle dell’apertura.
Oggi tocca a Fresu, Uri Caine, Henriksen, Don Moye, Bosso, insomma un sacco di roba. Vi dirò.