Il mio Jazz Expo – Giorno 3

24 Novembre 2009 di porgy&jazz

Il terzo giorno è domenica, il sonno in corpo è sempre meno, ma è una giornata di conversazioni strepitose, e resterà negli annali per questo. Passando alla musica, è una bella sorpresa arrivare al PalaCongressi e trovare Rava circondato di ragazzi che suonano di brutto. Sì, è proprio piacevole.

Ma la vera sorpresa è un altro strepitoso progetto di Gavino Murgia, accidenti. E tu dici: ma dove accidenti le trova tutte quelle idee? Beh, non so, ma Sardicity è un gran progetto, e i Menhir sono pazzeschi. Solo una tappa veloce da Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, già visti, per correre a innamorarmi di Yamandu Costa e del suo ciuffo, ma soprattutto di quelle frasi lunghe, lunghissime, incredibili, con le note buttate lì come se fossero coriandoli a carnevale, con la gioiosa naturalezza che l’evento impone.

Sguardo veloce a Horacio El Negro Hernandez, in un progetto che non era nelle mie corde, tappa da quel matematico folle e inquadrato di Vijay Iyer, e una sbirciata a Enrico Zanisi che – a giudicare dalla sua Over the Rainbow – forse deve ancora crescere un po’. Laura Lala invece ha un canto sincero, usa bene i suoi mezzi, poi però si lancia in momenti astratti che c’entrano poco con quella bellezza genuina di un attimo prima. Anche lei, da risentire fra qualche anno.

Dopo un po’ di pausa, è tempo di ritornare dal mio amore di sempre, Fabrizio Bosso, per uscire un po’ delusa dopo tre o quattro pezzi. Il duo con Salis mi ricorda tanto – troppo – quello che il pianista aveva fatto con Petrella a Sassari qualche anno fa. E allora delle due l’una: o Salis predomina comunque, o non c’è un progetto molto definito. Recupererò il disco, comunque. Ad ogni modo ero molto dispiaciuta. Tutti e due (tutti e tre, compreso Petrella) sono mondiali, hanno talento e tecnica da vendere. Non so che cosa mi aspettassi. Un’impronta di Bosso, forse. Invece non c’era. Però ho sofferto quando ho scoperto che alla fine hanno fatto Nuovo Cinema Paradiso. La amo, e ho consumato la versione in You’ve Changed (a qualcuno sembrerà mieloso, ma a me piace tanto). Però ero già andata via. Peccato, in tutti i sensi.

Chi manca? Certo, Eivind Aarset con il suo Sonic Codex e quello che “non è jazz, però è jazz”, come dice Isio Saba nella presentazione. E io, che ero rimasta traumatizzata da un live di Aarset quest’anno a Berchidda, con volumi da stadio, mi sono riappacificata con questo omino biondo, anche se tutte le volte che lo vedo dondolare con la chitarra in grembo penso che stia per attaccare “Polly” o “About a girl“.

Il mio Jazz Expo 2009. Giorno 2

22 Novembre 2009 di porgy&jazz

La seconda giornata dell’Expo inizia e finisce con due grandi concerti. Tutto quello che c’è stato in mezzo non mi ha suscitato grandi sconvolgimenti, lo devo ammettere.

Alle 17 ci sono Fresu e Uri Caine con il quartetto Alborada. Finalmente riesco a vedere Fresu e Caine insieme, pareva che fossi l’unica a non averli mai visti suonare sullo stesso palco. E sono felice di averli ascoltati. Ci sono pezzi che meritano, e altri che amo da anni. Ma in questo caso non è stato tanto il concerto – bellissimo, ma questo era prevedibile – a colpirmi, quanto il pubblico. Il pubblico che va a vedere Fresu non è esattamente il pubblico dell’Expo. E’ proprio il pubblico di Fresu. Fedele, stanziale, innamorato. Non curioso, vagabondo e in cerca di colpi di fulmine come tutto il resto della gente che c’è qui. E l’ho sentito soprattutto nell’applauso. Lo so che può sembrare populista, brutto, ingeneroso, ma il pubblico che segue Fresu non batte le mani per convenzione o per apprezzamento. Batte le mani come se ti desse una pacca sulla spalla davanti agli estranei, o un pizzico alla guancia, da zia. Per dire “Lo vedete quant’è bravo? è mio nipote!

E’ un suono diverso, giuro.

Poi molte cose prive di gusto, davvero. Menzione speciale, invece, al gruppo di Giorgio Ferrera, che ha suonato la sua musica senza la pretesa di voler riscrivere la storia, ma con quel gusto e quella gioia di chi suona per amore puro, e lo fa bene. Bravi, divertenti. Forse simili ad altri, ma questo non toglie nulla alla loro autenticità.

Dopo immense file inutili, e varie altre peripezie, la serata si è chiusa con l’elettronica, e io con le sperimentazioni di questo tipo ho un rapporto di amore-odio. Ieri sera è stato amore. Il dj ha fatto un lavoro pazzesco, sempre attento a quello che succedeva in ogni lato del palco, a cambiare al momento giusto, a gestire tutto il progetto. E  poi sorrideva come pochi: grandissimo martux-m (tutto minuscolo, come vuole lui). E con lui un Bearzatti, un Bosso, un Vigorito e un Aarset. Una potenza da paura.

Per dirvi con distacco il valore di questo concerto, lo ammetto, forse dovrei sentirlo di nuovo senza ballare tutto il tempo come ho fatto ieri. Ma dopo una dozzina di concerti brutti ci vuole una botta di vita. E io ieri ho dovuto aspettare la mezzanotte, ma da lì in poi mi sono divertita come una pazza.

Il mio Jazz Expo 2009. Giorno 1.

21 Novembre 2009 di porgy&jazz

Arrivare all’European Jazz Expo per il terzo anno consecutivo significa avere in testa un sacco di suoni. E di facce. Ma soprattutto significa trovare suoni nuovi e facce nuove, ed è tutto lì il bello.

La prima giornata inizia con uno dei momenti che da ieri sono scolpiti nella pietra sempiterna delle gaffe. Consegna del premio alla carriera a Enrico Rava. L’assessore che lo consegna riesce a dire una volta il nome di Rava e tre volte quello di Paolo Fresu nella stessa frase. Un record. E soprattutto dice questa meraviglia:

“perché Enrico Rava è stato un grande musicista italiano […] e Paolo Fresu è stato un suo grande maestro”.

Un istante di silenzio. Ma solo uno, brevissimo.

Urla. Fischi. “Allievo, volevo dire allievo!” Ma ormai il danno è fatto. Rava afferra il microfono: “No, perché, va bene il campanilismo, ma c’è un limite a tutto“. Ragazzi, questa la racconterò finché campo. Ho riso troppo. Povero assessore.

In realtà la serata si è aperta con un omaggio a Sandro Capriola, che di Jazz in Sardegna è stato mente, colonna e braccio. Un bel video, un bel racconto. Poi via con il primo concerto. Rava, Petrella, Guidi, Sferra, e Evangelista. Gabriele Evangelista. Segnatevi questo nome, perché il ragazzo ha 19 anni 21 anni (grazie a Igor per l’edit) e una voglia pazzesca di tirare fuori un gran suono dal suo contrabbasso. Tutta energia, davvero. Guidi è un po’ insipido, non sbaglia ma non dice nulla. E’ intimo, raccolto, anche quando il pezzo spinge. E, come ho confidato alla mia guida spiritual-musicale in questo Expo, devo ancora capire se sia un pregio o un difetto. Petrella: Petrella a me piace da morire. Mi piace proprio quando fa il Petrella, quando il trombone ha quel suono pieno che ti arriva allo stomaco. Poi perde un po’, si dilunga in alcune cose, e di sicuro quando Rava esce di scena il valore del concerto percepita. Sì, perché lui è stato il più grande di tutti. A 70 anni suonati. Appunto.

Stendo un velo pietoso, ma anche una coperta pietosa, un sipario di quelli grossi, su Chiara Canzian. Donna sbagliata nel posto sbagliato, ma a volte basta avere il nome giusto. Non è che mi aspettassi qualcosa, lo ammetto. Fuga dopo due minuti e venti secondi.

Gavino Murgia ha presentato il progetto Megalitico, purtroppo amputato: mancava Franck Tortiller al vibrafono. Sono rimasti uno strepitoso Luciano Biondini alla fisarmonica (ha fatto un solo che valeva un quarto di concerto), Michel Godard al basso tuba azzurro e Pietro Iodice alla batteria. Ora, l’ultimo disco di Murgia è di una bellezza portentosa (andate a sentirvi qualche pezzo sul suo sito, magari Song for Elena). Belli i temi, belli gli arrangiamenti, belle le idee. Bellissimo il suo modo di trovare davvero una via nuova per unire tradizione sarda e jazz. Non quelle paccottiglie mal assemblate che sbattono quattro tenores accanto al grande nome di turno. Murgia ha trovato una sua via, che è insieme genuina ed elegante, rispettosa di un bene millenario e, allo stesso tempo, di tutte le altre culture del mondo. Chapeau, davvero. E suona da dio, ogni volta meglio.

Nel frattempo Marcus Miller riempie la gigantesca sala blu. Tanto che ci mettiamo in fila, alle 20:50, per lo spettacolo delle 21, e scopriamo che in realtà è già la fila per la replica delle 22:30. Ma, inaspettatamente, alle 22:45 riusciamo a sgattaiolare dentro con grande agilità, per appurare che c’è un secondo pienone, e la gente è in piedi. Come noi, del resto. Ok, caro Marcus, sorprendimi.

Marcus mi sorprende, in effetti. Con due pischelletti ai fiati, ma a conti fatti uno è Chris Scott, e quando piega la testa per suonare la tromba con la sordina harmon… Beh, gli si vuole istintivamente bene. Si vuole un po’ meno bene al tastierista, che sfiora il kitsch (e ogni tanto ci sguazza dentro). Mentre il secondo pischello, Alex Han al sax, è uno dei migliori prodotti delle scuole americane: non sbaglia una nota, ma non ne rischia mezza. Lui, Marcus, è perfetto, ineccepibile, ma anche lì, dopo 30 minuti, la sorpresa è finita. Se fosse un quadro, non gli si potrebbe dire niente. Invece è un musicista, quindi deve produrre qualcosa di bello o almeno di interessante per tutto il concerto. Fortuna delle arti visive, sfiga dei performer.

Rimane solo da schiantarsi in poltrona per ascoltare Marilyn Mazur. E confesso che la poltrona è stato il motivo che mi ha trattenuta lì. Non so, c’è del bello, ma manca un guizzo, manca una scintilla. Quella che, con lo stesso numero di percussioni (e spesso anche meno) riesce a tirare fuori Michele Rabbia. Ecco, allora, Rabbia-Mazur: 2-0. Peccato.

Ero troppo stanca per decifrare tutta la formazione. Ma la serata si è chiusa con un’altra chicca. Un bell’atterraggio della telecamera volante sulla faccia del sassofonista. E chi di voi sia mai stato al Palacongressi di Cagliari sa che parlo di quell’enorme braccio gigante che comanda la telecamera centrale. Dritta in picchiata. Altre urla. Per chiudere il cerchio, dopo quelle dell’apertura.

Oggi tocca a Fresu, Uri Caine, Henriksen, Don Moye, Bosso, insomma un sacco di roba. Vi dirò.

Giuliani e quel suono prima che diventi suono.

13 Aprile 2008 di porgy&jazz

Rosario Giuliani corre come un pazzo. Alla velocità del suo suono, decisamente. Arriva e scombina tutto. Standard? Sì, belli, ma aspetta, facciamo quelli più belli. Facciamo Tadd Dameron. E Wes Montgomery. E facciamo «Misterioso». Beh, vuoi dargli torto?

Quando arriva sul palco si soffre. Un istante, ma si soffre. Vuole tutto avanti, incredibilmente avanti, e in effetti nei suoi dischi suonano così, eh, non c’è niente da fare. Ma basta capirlo. E anche per quattro musicisti che con lui non hanno mai suonato diventa una bella corsa questo concerto. Una corsa di quelle che ti spaccano ma poi hai i polmoni aperti, rigenerati, ti senti come se ogni poro della pelle incamerasse aria. 

Giuliani fa una miliardata di note, e forse sì, forse ha dentro il demone del sassofonista, e ogni tanto va un pelino oltre. Ma cosa gli vuoi dire? Quando attacca «Dreamhouse» mi vengono i brividi. E quando riduce il suono a nulla, quando dal sax esce solo il suo respiro, ed è un respiro lungo, non è un istante, è proprio un suono quello che sta cercando. Il suono del nulla, forse, o di tutto quello che c’è dentro il suo sax quando non è ancora suono. Forse cerca quello. E fa uno sforzo immane. Prova a cercarlo tu, il suono del nulla. Dev’essere un inferno.

E poi riprende. Alza il sax in alto con il braccio, questo piccolo gigante. Il sax arriva dove lui non può, ben oltre metri e centimetri, ovviamente. Ma è lui a farlo arrivare lì, e quando finisce il concerto glielo leggi in faccia.

Tema. Exposizione.

19 Novembre 2007 di porgy&jazz

Il viaggio.
Fino a Cagliari con Chiara (Chiara è il TomTom) a cui abbiamo tappato la bocca.
Tanta strada ma siamo tutti belli carichi. C’era Pat Metheny a farci compagnia (e chi lo sapeva che avremmo trovato il batterista, con la testa bacata che mi ritrovo..) e abbiamo cantato allegramente tutto il tema di Have you heard e tutto il resto.

Il b&b.
Stanza molto carina. Essenziale, direi. Mansarda soppalcata (o soppalco mansardato?). Zero specchi, zero bagno (a un passo, ma pur sempre fuori dalla stanza). Ascensore cigolante. Però parquet per terra e finestra sul soffitto. A 25 euro ci sta.

La fiera.
Qualche calcolo sbagliato, e così il b&b non è in centro storico. No, è a punta casino. Precisamente 45 minuti a piedi. Ma poi la fiera è davanti a te. Dopo 45 minuti.

I concerti.
Vado in ordine.

Giorno 1.

Rava-Bollani: io non conosco Rava così bene da amarlo, ma Bollani sveglierebbe anche le pietre. In versione Ecm è un po’ in giacca e cravatta, non mi dispiace proprio. Ma dal vivo leva la cravatta. Ed è un piacere, anche se siamo seduti per terra.
Martignon: una delle meraviglie di questo festival. Non vedo l’ora di risentirlo.
China Moses: Figa che sa di esserlo. Bella voce, credo. Suoni di merda. Tutto sui medi. Inascoltabile. Se è brava lo saprò in un’altra occasione.
DeJohnette: non si può dire nulla che non sia già stato detto. Da dimenticare davvero.
Ray Gelato: dice bene la tartarughina, c’è aria da matrimonio del padrino. Quindi ci si diverte da morire, non c’è scelta.

Giorno 2.

Tre sax per tre accordeon: a parte che l’accordeon era uno, perché l’altra era una fisarmonica e l’altro ancora un pianoforte, mi sono divertita un casino. E lo so che mi ripeto. Ma io amo il sax soprano e amo Javier Girotto.
Max Ionata e Luca Mannutza: da risentire in altra occasione, perché Ionata non mi ha convinto molto ma voglio capire meglio.
Anne Ducros: la prima cantante vivente di swing puro che mi incanta dopo tanto tempo. Comprato il disco subito. Ha uno scat che sembra parlato, ma acchiappa certe tensioni che sembra ti tagli in due l’armonia.
Balentes-Marcotulli: percussionista da paura, poco altro da segnalare, almeno finché non sistemano un po’ il progetto.
Larry Corryell: bello, ma iniziavo a essere un po’ distrutta per ascoltarlo in piedi con cognizione di causa.
Nat Trio: Arrivo in tempo per Song for my father. Adorabili. On the rocks ma meravigliosi come sempre.
Sean Jones: era uno degli appuntamenti che avevo cerchiato e sottolineato. Bel gruppo, bel trio. Ma forse mi aspettavo fuochi d’artificio. Non so. Da sentire su disco.
Rossella Faa: sentito troppo poco di quello che ha fatto, ma tutti ne hanno detto benissimo e a me è dispiaciuto molto non capire una parola di cagliaritano.
Minino Garay y los tambores del sur: belli da vedere (coreograficamente, non esteticamente..) e da sentire. Allegri, divertenti, precisissimi, grandiosi. La seconda meraviglia del festival. Di Girotto ho già detto, vero?

Giorno 3.

“El negro” Hernandez con i fiati della Pmjo: Terza meraviglia. El Negro è la solita macchina del tempo, con il piede tiene clave e charleston, con l’altro gioca a calcetto, intanto improvvisa, fa il caffè, distribuisce partiture.. Vabbè, non proprio ma quasi. L’orchestra fantastica.
Susana Baca. Bello, ma non è il mio genere.
Elena Ledda con la Marcotulli: meravigliosa Rita da sola, il resto molto meno.
Ada Rovatti: Mi sono morsicata le mani quando ho scoperto che aveva rifatto il set con la Ducros. Ma Over the Rainbow è stata favolosa.
Il Woodstore: i nuovi pezzi sono proprio belli. Avevano tanta di quella energia che sembravano dopati. Non vedo l’ora che registrino il nuovo disco.
Machado: bel trio, ma accusavo già la distruzione fisica.
Fonseca: Bello e bravo. Ma bello di brutto. E bravo di brutto.
Stanko: sarà, ma chi dice che ha in mano l’eredità di Chet secondo me bestemmia.
Wallumrod: Ero distrutta.
Chat noir: un tantino sopravvalutati?
Zuniga (che non è scritto così ma vabbè): ho ballato un po’, poi ho pestato qualche piede e me ne sono andata.

Giorno 4.
PMJO: già detto, confermo tutto e rilancio.
Omar Sosa con i tenores: come dice qualcuno, per soldi si farebbe qualunque cosa. All’inizio era pure bello. Poi si sono lanciati. Disastro.
Molvaer/Kleive: No, vi prego, un altro concerto in piedi no.
Naima Trio: Bellissime, con una carriera da sogno davanti, mi auguro. Francesca in grandissima forma.
Gal Costa: a parte i suoni da bagno piastrellato, mi sono cantata tutti i pezzi di Jobim. Del resto lei girava il microfono verso il pubblico. “Su, cantate”. E io quei pezzi ci ho messo una vita per impararli in portoghese. Son soddisfazioni.
Ron Carter: Due ore dopo cui non si può ascoltare niente. No, bisognava ritornare a casa e basta.

Un po’ di Expo

19 Novembre 2007 di porgy&jazz

C’era il Jazz Expo a Cagliari. Andata. A conti fatti, ho visto 22 concerti in 4 giorni. Non posso lamentarmi, via. Ho visto un’orchestra suonare meravigliosamente, come solo le grandi big band sanno suonare. E la Parco della Musica Jazz Orchestra è una big band molto big. Peccato che Maurizio Gianmarco quando dirige non lasci spazio ai sassofonisti. E infatti poi gli si è scassato il sax durante il solo. Potere degli dèi dello swing. Un trombettista su tutti, Amik Guerra. Meglio pure di Stanko, dal quale sono andata con mille aspettative e che non mi ha smosso neanche un pelo. Invece mi ha rovesciato il cuore un brevissimo piano solo di Rita Marcotulli inserito in un concerto altrui (concerto che non mi è piaciuto, ma questo lo sapevo da prima di entrare). Ma il suo piano solo valeva tutta la pazienza di aspettare che la lasciassero sola.

E l’immagine più bella che porto via è di Javier Girotto che fa l’ospite nella banda fracassona e spettacolare di Minino Garay (che suona pure con David Linx, viva i credits). Sono argentini, e lo presentano come la guest star. Lui sale sul palco, ringrazia, e per due ore suona in sezione.
Io amavo Girotto. E dopo averlo visto e sentito fare manovalanza musicale (che per me continua a essere il cuore di questa roba qui) lo amo ancora di più.

Giuro che più tardi faccio un post più lungo, perché ho un sacco di altre cose in testa. Ma queste mi premeva dirle subito.

Eppemettepet

11 Novembre 2007 di porgy&jazz

Per mestiere scrivo. Faccio mille lavori e neanche uno vero, ma in sostanza scrivo. E non sono assolutamente né una scrittrice e neanche una giornalista nel senso esatto del termine. Per ora scrivo. E scrivo solo perché sono dolcemente ossessionata dalle parole. E a volte il cervello di quelli che scrivono impazzisce per certe cose. Io oggi sono impazzita per una cosa che ho letto, è tutto il pomeriggio che ci penso. Perché avrei reagito nella stessa maniera. E adesso, siccome l’ho trovata in un libro, mi metto qui buona buona e la copio.

Certe cose le trovi solo nelle pagine locali dei giornali. Finisco ad Agrigento e apro «La Sicilia». Cronache di Trapani. Sotto l’annuncio dell’apertura del nuovo Auditorium (da segnalare per una caratteristica che a me sembra irresistibile: i posti a sedere sono 999. Non uno di più, non uno di meno. Sembra un prezzo da supermercato), sotto l’annuncio dell’Auditorium trovo un titolo indimenticabile. Testuale, su cinque colonne: Giuseppe emette petali. Mi fermerei qui, ma per dovere di informazione vado avanti. Sommario: A Vita altro fenomeno del ragazzo miracolato. Occhiello: Un medico avrebbe assistito alla fuoriuscita di un bocciolo dalla bocca del giovane. In altre parole: Giuseppe emette petali. Grande. Perché io me lo immagino il redattore trapanese che cerca faticosamente il verbo: sputa petali? no, li vomita? ancora peggio, li espelle? li espettora? Li emette. Come fossero francobolli. Se era un verso e l’aveva scritto Montale, era poesia pura. E invece è un titolo di giornale, e allora è comicità pura, cosmica. Con quel Giuseppe messo lì senza chiarimenti, come fosse un personaggio biblico, e il terzo giorno Giuseppe emise petali, chissà poi perché petali e non fiori, Giuseppe emette un fiore, in effetti è tremendo, meglio petali. Giuseppe emette petali. Eppemettepet. Un artista. Lui, il redattore. Chissà se almeno per un attimo la tentazione l’ha avuta di mandare tutti al diavolo e titolare canagliescamente: gli spunta un fiore in bocca.

Ultime notizie dalla Sicilia, in «Barnum» di Alessandro Baricco (Feltrinelli, 1995)

Ecco, a parte l’ultimo avverbio, a parte la consecutio prestata all’indicativo imperfetto (perché per farlo bisogna essere molto sicuri della propria scrittura, e qui c’è ancora pane da mangiare), a parte queste due cose, io avrei reagito così.

E quel suono, eppemettepet. Scriverlo così. Chapeau.

Consigli di bellezza

6 Novembre 2007 di porgy&jazz

Stasera mi aspettano un centinaio di chilometri. Richard Galliano e Gary Burton in concerto.

Ecco, è quella che io chiamo una serata in bellezza.
Non vedo l’ora.

Se siete nei pressi di Paulilatino, prendete la macchina. Ne vale la pena.

UltraDecameron

4 Novembre 2007 di porgy&jazz

Iera sera Luttazzi. Non ne sono ancora sicura ma non mi ha convinta tanto. Forse davvero sei anni sono tanti e allora quando ritorni in video vomiti tutto. Ma Luttazzi mi è sempre sembrato uno molto razionale. Uno che ci va giù pesante, fatti alla mano.
Monologhi al vetriolo, certo. Quelli me li aspettavo, come tutti quelli che ieri sera si sono piazzati davanti a La7 alle undici e mezza. Ma era tutto troppo. Molto più che scoppiettante, anche la parola “esplosivo” mi sembra riduttiva. Era una specie di bomba atomica.
Insomma mi è sembrato un po’ davvero troppo. Ho pensato che non fosse sicuro di fare una seconda puntata e che di conseguenza dovesse togliersi tutti i sassolini. Ma non era solo questione di sassolini. Insomma, un po’ di cose si riferivano a lui, ma altrettante a governo, chiesa e quant’altro.

Stamattina mi sono fiondata nelle pagine della cultura per leggere le critiche. Zero. Vabbè, forse lo leggerò domani. Allora internet. Ma trovo solo un resoconto. Blando. Una sintesi dello spettacolo, e basta. Poi lo ritrovo uguale in altri siti di quotidiani, sul sito di RaiNews24 e altri. Ok, era un comunicato. O un’Ansa. Vabbè.

Allora girovago tra i feed di oggi per vedere se qualche blog ne parlava. Un po’ mi consola che Elena abbia avuto più o meno la mia stessa impressione.

Poi alla fine un commento l’ho trovato. Eccolo. Sì, forse ha ragione DiPollina su Repubblica Tv. Forse ha senso valutare questo programma solo a partire dalla seconda puntata.

Ornithology

2 Novembre 2007 di porgy&jazz

Eccoci qui. Siamo finiti tutti sul TwitterPoster (italiano)

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La pagina è questa (sia mai che cambi qualcosa..)

.. Però secondo i miei calcoli ne manca sempre qualcuno..